Crac Cirio: l’impero fondato sul debito [Capitalismo Italiano]

Nel marzo del 2021 la Corte di Cassazione ha messo la parola fine sulla clamorosa vicenda che ha portato al crac Cirio.

La sentenza ha visto la condanna di Sergio Cragnotti a 5 anni e 3 mesi, ma non ha certo sanato la ferita lasciata dal crollo di uno dei maggiori gruppi industriali italiani. Una storia tale da evidenziare le tante anomalie di un sistema poggiato sul debito e sulla connivenza delle banche.

Il default annunciato nel novembre del 2002 rappresenta in effetti soltanto l’ultimo atto di una storia tale da lasciare prevedere il suo epilogo. Andiamo quindi a vedere cosa sia realmente avvenuto, all’epoca. Anche per provare a capire se la lezione sia stata capita o meno dal capitalismo italiano.

Leggi anche: “Le società italiane con maggiore capitalizzazione”.

Di seguito vi racconteremo le vicende che hanno portato al crac Cirio, tra esposizione debitoria e pseudo-bond emessi dalla multinazionale italiana.

Crac Cirio: cosa è realmente accaduto

La storia che andiamo a raccontare ha inizio nel 1991, anno in cui prende forma la Cragnotti & Partners Investments NV. La nuova holding di partecipazioni di diritto olandese diretta da Sergio Cragnotti vede la presenza di banche d’affari internazionali detentrici di un’opzione put sulla loro quota. Tale opzione conferisce loro il diritto di vendere la quota a Cragnotti in ogni momento.

Il raggio d’azione della holding spazia in lungo e in largo, avendo però come focus il settore agroalimentare. Tra le acquisizioni fatte nel decennio vanno ricordate in particolare la Polenghi e la Cirio-Bertolli-De Rica. Quest’ultima, a sua volta, vanta una partecipazione del 90% del capitale della Società Sportiva Lazio Spa.

Nel 1998 Cragnotti acquista il 75% della Centrale del Latte dal Comune di Roma, per una cifra pari a 80 miliardi di lire. Acquisizione seguita pochi mesi dopo da quella di di Del Monte Royal, holding costituita da una vera e propria costellazione di società finanziarie. Proprio qui, però, il meccanismo creato dal finanziere inizia a incepparsi. L’esborso dell’operazione è molto elevato, ripercuotendosi sulla struttura finanziaria della Cragnotti & Partners Investments NV.

Già alla fine del 2000 l’esposizione debitoria del gruppo inizia a destare allarme. Se nel 1994 l’indebitamento della Cirio Holding era pari  al 20% del fatturato, nel 2002 è ormai fuori controllo, al 160%. Il crac Cirio è ormai dietro l’angolo e a nulla serve il fatto che tra il 1998 e il 2002 i ricavi siano saliti nell’ordine del 400%. A fronte di investimenti con ritorno a lunga scadenza, infatti, i debiti con le banche sono a breve termine. Il tempo congiura quindi contro Cirio.

Per cercare di tappare la falla il gruppo sceglie la strada delle obbligazioni, per una cifra pari a 1,12 miliardi di euro in un arco triennale. Si tratta degli ormai famigerati Cirio Bond, uno dei più grandi scandali finanziari dell’epoca repubblicana. A collocarli sono infatti banche d’affari senza scrupoli, con rating arbitrari e in assenza di prospetti informativi.

I Cirio Bond non possono essere venduti agli sportelli, ma solo collocati previa esplicita richiesta del cliente.

La situazione è da allarme rosso, ma CONSOB e Banca d’Italia fanno finta di nulla, venendo meno alla propria funzione istituzionale. La conseguenza è il semplice spostamento del debito dal sistema bancario agli obbligazionisti. I quali, nel frattempo hanno assunto il 72% dello stesso. Nel crac Cirio resteranno quindi con il cerino acceso in mano i piccoli risparmiatori, ingannati dai promoter bancari.

Con l’avviso emesso il 7 novembre del 2002 da Law Debenture, sull’impossibilità di pagare gli obbligazionisti, termina nel peggior modo possibile la parabola di Sergio Cragnotti. Il default di Cirio lascia la cronaca per diventare storia.

Crac Cirio: una lezione rimasta inevasa

Il crac Cirio avrebbe potuto insegnare molte cose al sistema bancario italiano. A partire dal fatto che una conduzione familistica dei finanziamenti è destinata a provocare voragini e dissesti paurosi.

Una lezione la quale, però, sembra non essere servita. Negli anni successivi altri casi analoghi sono infatti venuti alla luce, con le banche pronte a regalare sostanziosi prestiti a sedicenti imprenditori, negandoli invece ai piccoli. Nel novero possono essere ricordati i crac di Banca Etruria, degli istituti veneti e della Banca Popolare di Bari.

Le dimensioni assunte dai cosiddetti “crediti deteriorati” (Non Performing Loans) hanno formato il terreno ideale per questi crolli, pagati come al solito dagli obbligazionisti. È stato il Codacons a rivelare come nel corso dei vari crolli degli istituti bancari i piccoli risparmiatori abbiano perso in media oltre 34mila euro.

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Dario Marchetti

Dario Marchetti

Blockchain Expert & Crypto-Specialist. Laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, scrivo per RomaFinanza su argomenti di crypto-economy, blockchain, NFT, materie prime.

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