Petrolio in Italia: i giacimenti più ricchi e quelli “nascosti”

La guerra tra Russia e Ucraina, con il conseguente stop a gas e petrolio provenienti dal gigante eurasiatico, ha riportato in auge le fonti fossili. Le stesse che pure sembravano irrimediabilmente condannate da una propensione sempre più green della politica.

Gli eventi bellici hanno però mutato considerevolmente il quadro. Anche il nostro Paese ha dovuto riconsiderare la sua politica energetica e abbandonare i furori ambientalisti degli ultimi anni. Tanto da tornare a guardare a quel petrolio il quale era stato abbandonato del tutto o quasi.

Occorre però sottolineare che il petrolio in Italia è presente, anche se non certo nelle quantità che sarebbero necessarie. Andiamo quindi a capire meglio la situazione del settore e le sue eventuali prospettive.

Quanto petrolio c’è in Italia e quanto se ne estrae

Petrolio in Italia: quanto ce n’è? Si tratta di una domanda cui pochi sanno rispondere. Da tempo, infatti, l’oro nero è guardato con grande sospetto dall’opinione pubblica e additato dagli ambientalisti come un pericolo.

Prima di proseguire occorre quindi precisare i termini della questione, partendo da un dato ben preciso: nel nostro Paese la produzione si attesta ad 80mila barili giornalieri. Ovvero il 7% di quello che viene consumato all’interno dei confini nazionali, comportando la necessità di importare il 93% rimanente. Per effetto di questi dati il petrolio in Italia rappresenta l’1% di quello prodotto a livello globale. Un dato che pone il nostro Paese al 49° posto nella classifica globale dei produttori.

Nonostante un dato abbastanza esiguo, il tema del petrolio in Italia è destinato a sollevare notevoli polemiche. Il motivo delle stesse è in fondo semplice: l’estrazione è pericolosa a livello ambientale.

A questa prima problematica se ne aggiunge poi un’altra, quella legata ai costi dell’estrazione. Non soltanto in termini economici, se si pensa ai problemi comportati dalle esplorazioni sismiche e dalle perforazioni. Gli scarti sono poi altamente inquinanti, contribuendo a rendere il petrolio una fonte cui sarebbe meglio ricorrere il meno possibile.

Indicate alcune delle problematiche collegate al suo utilizzo, proviamo ora a precisare la situazione del nostro Paese per quanto concerne la produzione.

Quali sono i giacimenti più ricchi d’Italia

I giacimenti più ricchi attualmente presenti lungo il territorio peninsulare sono quelli siciliani, della Basilicata e dell’Adriatico ravennate.

Se normalmente si afferma che l’Italia ha poco petrolio, sembra trattarsi però di un’affermazione abbastanza infondata. Anzi, secondo Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, utilizzando le moderne tecnologie di prospezione sarebbe possibile arrivare ad un miliardo di barili presenti nel territorio nazionale.

Si tratta peraltro di stime prudenziali, confermate del resto dal parere di molti esperti, secondo i quali il petrolio in Italia potrebbe permettere al Paese di competere con Norvegia e Regno Unito, per il ruolo di maggior fornitore europeo (naturalmente escludendo la Russia).

Pozzi chiusi o mai sfruttati

Quando si parla di petrolio in Italia, occorre anche tenere conto dei pozzi che sono stati chiusi o mai sfruttati lungo il territorio nazionale. Per quanto riguarda i primi, al numero potrebbero presto aggiungersi i giacimenti ormai in via di esaurimento.

Un novero in cui entrano in particolare quelli di Trecate in Piemonte (700 barili al giorno) o Mirandola, nell’hinterland di Modena (480 barili).

Ancora attivo, ma presumibilmente non per molto è poi il sito di Caviaga in Val Padana. Il pozzo in questione è molto importante dal punto di vista storico: la sua scoperta, nel 1953, convinse infatti Enrico Mattei a non liquidare l’Agip, bensì a trasformarla in Eni.

Nel novero dei pozzi mai sfruttati entrano invece di diritto quello indicato come “Colle Ginestre”, tra Campobasso e Chieti, le aree mai nominate tra Campochiaro e Vinchiaturo, e “Santa Croce”, tra Molise e Campania. A renderne impossibile lo sfruttamento le opposizioni degli ambientalisti. A volte del resto motivata, come nel caso relativo allo sfruttamento di 8 nuovi pozzi di petrolio e fino ad un massimo di 12 di fronte alla costa tra Ragusa e Scicli. Resa impossibile, in particolare, dal rischio sismico della faglia di Scicli e dai possibili danni alla componente faunistica marina.

Giacimenti di petrolio in Italia: Mar Adriatico

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Impianti al largo di Ravenna, nel Mar Adriatico.

Per quanto riguarda il Mare Adriatico, al momento è operativo il giacimento di Porto Orsini, nel mare prospiciente a Ravenna. Ad esso, però, si potrebbero aggiungersene di nuovi , di cui si sta parlando molto nel corso degli ultimi mesi, dopo le rivelazioni di un rapporto ad hoc.

Secondo Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli Italia, il petrolio in Italia potrebbe fare del nostro Paese una potenza energetica. Soprattutto sfruttando quello presente in mare, il quale però non può essere estratto per l’opposizione mossa dalle popolazioni locali, preoccupate per le ricadute che le trivellazioni potrebbero avere.

Le stesse che sono tornate ad emergere in presenza della richiesta avanzata dalla Northern Petroleum, sin dal 2004, per trivellare fino a 3700 metri di profondità, nell’entroterra di Ravenna.

Giacimenti di petrolio in Italia: Basilicata

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Affioramenti naturali di idrocarburi nella Val d’Agri.

Pochi sanno che all’Esposizione Universale di Parigi, nel 1889, a destare stupore, oltre alla Torre Eiffel, furono anche le ampolline di petrolio portate nella Ville Lumiere dagli industriali lucani.

La Basilicata, in effetti, è notoriamente un punto di riferimento per il petrolio in Italia. Tanto che ai suoi “affioramenti” di greggio si rifornivano i camion della Luftwaffe nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Una caratteristica che permane ancora oggi, grazie ai giacimenti della Val d’Agri e quelli noti come Tempa Rossa, sulle montagne che uniscono le province di Potenza e Matera. I primi sono in grado di dare tra i 50 e i 70mila barili al giorno, i secondi tra i 30 e i 50mila. Un contributo di grande rilievo al paniere energetico nazionale.

Proprio il petrolio della Val d’Agri è peraltro in fase di rinnovo della concessione. Il nuovo accordo porterà nelle casse della regione cifre molto consistenti. ENI e Shell, infatti verseranno 2 miliardi di euro in dieci anni. Una cifra che sarà destinata a finanziare la transizione energetica regionale.

Giacimenti di petrolio in Italia: Sicilia

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Impianto Scarabeo1, situato nel mare di Gela.

giacimenti di petrolio in Italia più importanti si trovano in Sicilia e nel suo immediato offshore, un dato del resto testimoniato da Plinio il Vecchio. Proprio lui, infatti, racconta come già nell’antichità a Girgenti si utilizzasse l’oleum per le lucerne.

Ancora oggi, l’isola conferma la sua importanza per quanto riguarda la produzione di petrolio in Italia, con il suo il 18% di greggio. A formare il dato sono 506mila tonnellate sulla terra ferma e 229mila in mare.
Un dato cui contribuiscono in particolare:

  • il giacimento di Ragusa, situato a 1500 metri di profondità;
  • quello di Gela scoperto nel 1956,  a 3500 metri di profondità.

Oltre a questi vi sono anche altri giacimenti nella parte orientale dell’isola come in quella occidentale. Tanto da aver a lungo spinto le popolazioni locali a sognare a lungo uno sviluppo legato proprio all’oro nero. La cui presenza era nota sin dagli inizi del XX secolo, tanto da spingere la società petrolifera americana Sinclair Oil a chiedere al governo fascista l’autorizzazione tesa a effettuare esplorazioni nel sottosuolo isolano.

Nel corso del decennio successivo altre società petrolifere statunitensi cercarono di ritagliarsi una posizione per lo sfruttamento del petrolio in Italia. Con un occhio di riguardo proprio alla Sicilia.

Il petrolio in Sicilia dopo lo sbarco degli Alleati (1943)

Se già dopo lo sbarco delle truppe statunitensi le attività di esplorazione ripresero, a dare un ulteriore impulso in tal senso fu la promulgazione di una legge, il 20 marzo del 1950. Il provvedimento dava in pratica la possibilità ad ogni privato di chiedere il permesso per cercare greggio sul territorio isolano.

Sull’onda del provvedimento, nel 1954 la Gulf Oil Company iniziò l’estrazione di petrolio nell’hinterland di Ragusa. Imitata presto da altre compagnie straniere, che sino al 1958 si dedicarono alla piana di Catania, al ragusano e al bacino sedimentario della Sicilia centrale e occidentale. Oltre alla Gulf a dominare furono le grandi società multinazionali come Esso, D’Arcy Exploration Co. affiliata con Anglo-Iranian, Western Geophysical e Snia-Viscosa.

Quando però i tecnici dell’Agip scoprirono un giacimento di grandi dimensioni, il duello fu appunto riservato all’azienda in procinto di diventare ENI e Gulf Oil Company.

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Dario Marchetti

Dario Marchetti

Blockchain Expert & Crypto-Specialist. Laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, scrivo per RomaFinanza su argomenti di crypto-economy, blockchain, NFT, materie prime.

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